Essere neurodivergenti: cosa significa e come capirlo in età adulta

Essere neurodivergenti L'immagine mostra una figura femminile chinata nell'intento di cogliere un fiore. Sulla sua maglia, il simbolo dell'infinito spesso usato per rappresentare le neurodiversità.

In questo articolo

Hai mai sentito parlare di neurodivergenze? Si tratta di un tema che, anche grazie ai social, sembra essere sempre più in voga negli ultimi tempi. Forse l’argomento ti incuriosisce, ma dall’altra parte ti lascia un po’ perplesso. Sono in molti a chiedersi: come mai fino a qualche anno fa non se ne parlava affatto e adesso, improvvisamente, tutti sembrano essere neurodivergenti?

In realtà, le neurodivergenze sono sempre esistite. Recentemente, però, nella comunità scientifica e tra i professionisti della salute mentale stanno progressivamente cambiando le modalità di osservazione e interpretazione di questo complesso fenomeno.

Parlare di neurodivergenze, oggi, è molto importante, ma richiede anche attenzione e accuratezza. In rete, infatti è facile imbattersi in contenuti che rischiano di proporre una visione eccessivamente semplificata e stereotipata, trasmettendo l’impressione che le neurodivergenze siano soltanto una moda o un’etichetta in cui chiunque possa identificarsi.

In questo articolo proverò a chiarire cosa sono davvero le neurodivergenze, da una prospettiva scientifica, e quali sono le implicazioni cliniche di una diagnosi tardiva in età adulta.

Le neurodivergenze comprendono un insieme di condizioni differenti, ma con una caratteristica comune: un funzionamento del sistema nervoso che diverge, in modo più o meno marcato, dal funzionamento considerato tipico. Quando si parla di funzionamento del sistema nervoso, ci si riferisce a diversi aspetti, tra cui:

  • gli stili di pensiero e apprendimento;
  • la percezione e regolazione delle emozioni;
  • la sensibilità agli stimoli sensoriali;
  • le modalità di comunicazione e relazione.

Tradizionalmente, quest’insieme di diversità e atipicità nel neurosviluppo sono state interpretate prevalentemente in termini di deficit o compromissione. Secondo questa prospettiva, gli interventi terapeutici e riabilitativi mirano a correggere le anomalie del neurosviluppo, cosicché il bambino possa avvicinarsi il più possibile ad un modello di funzionamento considerato normale.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il modello medico delle neurodivergenze ha ricevuto diverse critiche. Ricercatori, clinici e attivisti neurodivergenti ne hanno sottolineato l’impronta stigmatizzante e poco inclusiva, affermando che non è possibile ridurre la variabilità del funzionamento umano alla semplice norma statistica. Inoltre, i tentativi di normalizzare tutti i comportamenti considerati atipici hanno spesso ignorato il benessere soggettivo delle persone neurodivergenti, causando un elevato livello di stress psicologico. Risulta pertanto indispensabile allargare la prospettiva, integrando la visione medica tradizionale con il modello sociale della disabilità che sposta il focus del problema dal singolo individuo all’incontro tra caratteristiche individuali e ambiente sociale circostante.

Il termine neurodiversità è stato reso popolare dalla sociologa e attivista neurodivergente Judy Singer alla fine degli anni ’90. Il concetto di neurodiversità fa riferimento alla naturale variabilità dei cervelli umani, considerata una caratteristica funzionale alla sopravvivenza e all’evoluzione della specie. Così come, nel mondo naturale, la biodiversità contribuisce all’equilibrio degli ecosistemi, le diversità neurologiche tra gli esseri umani possono contribuire allo sviluppo sociale e culturale, grazie all’esistenza di differenti modalità di pensiero, apprendimento e risoluzione dei problemi.

Secondo il paradigma della neurodiversità, ogni individuo possiede un cervello unico, con specifici punti di forza e aree di vulnerabilità. Pensiamo, ad esempio, a chi mostra un particolare talento musicale, ma fatica nei calcoli matematici. Oppure al bambino che impara precocemente a leggere e scrivere, ma non è altrettanto bravo nelle attività sportive. Ogni persona ha un suo specifico profilo di funzionamento che può rappresentare una risorsa in certi contesti e una fonte di difficoltà in altri.

Tuttavia, all’interno di quest’ampia variabilità individuale, si individuano delle traiettorie di sviluppo considerate tipiche, in quanto statisticamente più frequenti. Si parla, a tal proposito, di funzionamento neurotipico per indicare il funzionamento neurologico medio, rappresentativo della maggior parte della popolazione. Il termine neurotipico non definisce uno standard di valore: essere neurotipici non significa essere migliori o superiori, ma semplicemente avere un cervello che funziona secondo modalità più diffuse dal punto di vista statistico.

Per comprendere meglio questo concetto, si pensi alla distribuzione del quoziente intellettivo. Il QI medio della popolazione generale oscilla tra 85 e 115. Chi si discosta significativamente dal range di valori considerato tipico, ha un funzionamento intellettivo neurodivergente. È bene però precisare che le neurodivergenze non rappresentano una semplice questione d’intelligenza. Molte persone neurodivergenti hanno un QI nella media, ma il loro profilo di funzionamento diverge dalla norma statistica sotto altri aspetti.

Come abbiamo visto, il concetto di cervello neurotipico è un concetto puramente statistico. Nella realtà, nessun cervello è identico a un altro: la neurodiversità è una proprietà costitutiva della specie umana e ogni individuo possiede caratteristiche cognitive ed emotive uniche. Tuttavia, quando parliamo di neurodivergenze, ci riferiamo a profili di funzionamento che si discostano significativamente dalla norma statistica, dando luogo a differenze, rispetto alle modalità considerate tipiche, molto più marcate e pervasive. Si tratta di differenze non solo quantitative, ma anche qualitative che determinano modi peculiari di pensare, comunicare e percepire il mondo.

Secondo il modello sociale della disabilità, essere neurodivergenti non rappresenta un disturbo da curare o un deficit da correggere. In quest’ottica, le caratteristiche neurodivergenti hanno piena dignità d’esistenza e non necessitano di essere eliminate o normalizzate a ogni costo. Ciò non vuol dire negare che le persone neurodivergenti possano incontrare delle difficoltà nella loro vita quotidiana, ma cambiare lo sguardo attraverso cui le interpretiamo. Molte di queste difficoltà derivano dal fatto che gli ambienti sociali – classi scolastiche, uffici, luoghi di ritrovo – sono strutturati in modo tale da adattarsi al modello neurotipico di funzionamento. Di conseguenza, alle persone neurodivergenti è richiesto di fare uno sforzo maggiore per sostenere livelli di stimolazione, richieste sociali e ritmi di lavoro scarsamente compatibili con i propri specifici bisogni.

Essere neurodivergenti può rappresentare una sfida, fin dalla più tenera età. Molte persone neurodivergenti convivono con un doloroso vissuto di estraneità ed alienazione: si sentono “strane”, diverse e imparano ben presto a nascondere i propri tratti neurodivergenti per essere accettate. Questo fenomeno è descritto in letteratura con il termine di masking o camouflage. Dall’esterno, la persona può sembrare perfettamente adattata o “funzionante”, mentre internamente continua a sentirsi fuori luogo e inadeguata. Il costo energetico di questo adattamento continuo è altissimo: sforzarsi di apparire diversi da come si è realmente costa fatica e, alla lunga, può alimentare una condizione di progressivo esaurimento psicofisico, fino al burnout.

Anche il sovraccarico prolungato, a cui le persone neurodivergenti sono sottoposte, contribuisce ad amplificare questo rischio. Il sistema nervoso neurodivergente è spesso più sensibile della media: gli stimoli sensoriali arrivano amplificati, le richieste sociali implicite sono più difficili da decodificare e il rapido susseguirsi di compiti e attività richiede un gran dispendio di energia. Ciò mantiene il sistema nervoso in una condizione di allerta perenne e può contribuire a causare uno stato di stanchezza cronica.

Non è affatto raro che alcune forme di neurodivergenze passino inosservate fino all’età adulta. Infatti, la rappresentazione comune di condizioni quali autismo e ADHD si basa, generalmente, su manifestazioni comportamentali che risultano piuttosto stereotipate.

Tuttavia, molte persone neurodivergenti imparano precocemente ad apparire “normali”. Osservano gli altri per capire quali comportamenti siano socialmente accettabili e si sforzano di adattarsi a ciò che l’ambiente si aspetta da loro. Così facendo, trovano un modo per andare avanti nella vita: studiano, fanno carriera, mettono su famiglia. Finché non accade qualcosa che rompe quell’equilibrio, faticosamente costruito nel corso degli anni.

Non sempre si tratta di un evento eclatante e manifesto. Talvolta è qualcosa di piccolo: una critica che arriva nel momento sbagliato, una richiesta in più, un periodo più denso di impegni o responsabilità. È la classica goccia che fa traboccare un vaso ormai troppo colmo. Così, inaspettatamente, arriva un punto di rottura in una vita che, fino a quel momento, stava procedendo in modo apparentemente ordinario.

Sotto la superficie di questa apparente normalità, si celano anni di dubbi accumulati e di fatiche invisibili. Spesso si tratta di persone che hanno passato una vita intera a sentirsi diverse e a chiedersi perché, ciò che per gli altri sembra spontaneo e naturale, debba richieder loro uno sforzo così grande. Questi sforzi, protratti nel tempo, al prezzo di un grande dispendio di energie, improvvisamente non sono più sostenibili. Anche le azioni più semplici, come cucinare o farsi la doccia, possono diventare impossibili. Non è pigrizia: è uno stato di grave esaurimento psicofisico, causato dal sovraccarico cronico a cui il sistema nervoso neurodivergente è stato sottoposto per anni.

Questo fenomeno viene spesso descritto con il termine di burnout neurodivergente. Sintomi tipici sono: irritabilità, perdita di interesse per le abituali attività, stanchezza cronica e tendenza all’isolamento.

Un adulto che non sa di essere neurodivergente, potrebbe chiedere un aiuto psicologico generico, per i sintomi che ha sviluppato a causa del sovraccarico e dell’iperadattamento prolungato: ansia, sbalzi d’umore, stress cronico, fatica sociale. Se il terapeuta non possiede una formazione specifica nella valutazione e nel trattamento delle neurodivergenze in età adulta, potrebbe ricondurre questi sintomi ad altri quadri clinici.

Spesso gli adulti neurodivergenti ricevono diagnosi di depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo bipolare o disturbi di personalità. Non necessariamente si tratta di diagnosi sbagliate, ma di diagnosi parziali, che colgono solo una parte, senza indagare più a fondo. Questo potrebbe condurre ad interventi terapeutici inadatti o scarsamente efficaci. Trattare solo i sintomi, senza comprendere il funzionamento sottostante che li ha generati, e che continua ad alimentarli, non può essere risolutivo.

Le persone neurodivergenti necessitano di interventi terapeutici mirati, rispettosi del proprio modo di sentire e percepire il mondo. L’obiettivo non è riuscire a funzionare come gli altri, ma comprendere il proprio funzionamento specifico, valorizzandone i punti di forza e trovando degli accomodamenti personalizzati per gestire le varie sfide della vita quotidiana.

Riconoscersi neurodivergenti non sempre è un processo facile. A volte possono emergere sentimenti di rabbia o tristezza per il tempo perduto, per tutti i fallimenti e le incomprensioni accumulate negli anni, senza mai ricevere il giusto supporto. Risulta determinante il sostegno di un professionista con una formazione specifica che sappia accompagnare la persona in questo processo di rielaborazione della propria storia, aiutandola a guardare sé stessa con uno sguardo nuovo, più gentile.

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Valentina Panepinto

Psicologa e Psicoterapeuta
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